Il paradosso della regolamentazione della prostituzione: tolleranza, legalizzazione e i rischi di criminalizzare i clienti
Premessa
La regolamentazione della prostituzione è un tema che suscita dibattiti accesi in tutto il mondo, con approcci diversi e spesso contraddittori. Termini come tolleranza, legalizzazione e regolamentazione vengono utilizzati per descrivere sistemi giuridici differenti, ognuno con i propri obiettivi e problematiche. Tuttavia, l’assenza di una linea chiara e coerente porta spesso a situazioni paradossali e a conseguenze indesiderate.
Tolleranza, regolamentazione e legalizzazione: una distinzione necessaria
La prostituzione è tollerata in molti Paesi, come l'Italia, dove non costituisce reato esercitarla in modo autonomo, ma non è formalmente riconosciuta come una professione legale. Questo significa che le persone che si prostituiscono non godono di diritti lavorativi, non possono dichiarare i propri guadagni al fisco e non ricevono alcuna tutela previdenziale. Al contrario, Paesi come la Germania e i Paesi Bassi hanno optato per la legalizzazione e regolamentazione, riconoscendo la prostituzione come un’attività lavorativa con diritti, obblighi e norme di sicurezza.
La legalizzazione comporta l'inquadramento giuridico dell'attività, rendendola lecita e tassabile, mentre la regolamentazione disciplina l'esercizio della prostituzione con norme specifiche, come requisiti di licenza, controlli sanitari obbligatori e zone designate. In assenza di regolamentazione, la prostituzione si trova in una zona grigia legale, priva di tutele per chi la esercita.
Il modello nordico: punire il cliente, proteggere la prostituta?
Alcuni Paesi, come la Svezia, hanno adottato il cosiddetto modello nordico, che criminalizza il cliente ma non chi si prostituisce. Questa strategia parte dal presupposto che la prostituzione sia una forma di sfruttamento da combattere scoraggiando la domanda. Tuttavia, questo approccio genera contraddizioni evidenti: se prostituirsi non è reato, perché dovrebbe esserlo usufruire di un’attività considerata legale?
Un esempio chiarisce il paradosso: immaginate un panettiere che può vendere il pane senza infrangere la legge, ma i clienti che lo acquistano sono considerati criminali. Questa incoerenza giuridica penalizza in modo selettivo una delle parti coinvolte, senza affrontare le cause profonde del fenomeno.
Le contraddizioni del modello nordico
Il modello nordico punta a ridurre la domanda per la prostituzione, ma i risultati reali sono controversi. La criminalizzazione dei clienti spinge l’attività verso circuiti più clandestini, rendendo ancora più difficile garantire sicurezza e tutela a chi si prostituisce. Chi lavora nel settore si trova spesso costretto ad accettare condizioni peggiori per attirare clienti spaventati dalle possibili sanzioni, aumentando così i rischi di sfruttamento e violenza.
Inoltre, la prostituzione si sposta in luoghi meno visibili e meno controllabili, come zone periferiche o abitazioni private. Questo rende più difficile per le autorità identificare e combattere situazioni di sfruttamento o traffico di esseri umani, vanificando gli obiettivi dichiarati di questa politica.
Il mercato clandestino e il rischio di stigmatizzazione
La criminalizzazione dei clienti non elimina la prostituzione ma la trasforma in un’attività sommersa, simile al proibizionismo negli Stati Uniti negli anni ‘20. Quando il consumo di alcol fu vietato, il mercato nero prosperò, alimentando crimine organizzato e insicurezza. Allo stesso modo, spingere la prostituzione nel mercato clandestino aumenta la vulnerabilità di chi la esercita, privandolo di qualsiasi protezione legale.
Questo è il DDL 2537 del 21.02.2022 presentato al Senato dalla Onorevole Alessandra Maiorino, dove viene spiegato ed argomentato perché, come e quando devono essere criminalizzati, puniti e sanzionati, i clienti delle escort, con lo scopo di abolire la prostituzione. Il nostro punto di vista è un sonoro "no comment"!
Inoltre, questa politica rafforza lo stigma sociale contro chi si prostituisce, percepito come vittima passiva o complice di un’attività criminale. Tale stigma impedisce alle persone coinvolte di accedere ai servizi di supporto o di denunciare eventuali abusi, perpetuando un ciclo di esclusione e vulnerabilità.
Il caso del Belgio: un modello alternativo
Dal 1° dicembre 2024, il Belgio ha compiuto un passo storico riconoscendo ufficialmente la prostituzione come una professione al pari di qualsiasi altra. Questo significa che i sex workers possono stipulare contratti regolari, accedere a diritti lavorativi e beneficiare di protezioni sociali come congedo di malattia e contributi pensionistici. Questo approccio punta a integrare l’attività nel sistema legale, riducendo i rischi di sfruttamento e aumentando le entrate fiscali per lo Stato.
La legalizzazione belga mostra come sia possibile affrontare il fenomeno in modo pragmatico, garantendo diritti e sicurezza a chi si prostituisce senza criminalizzare i clienti. Tuttavia, la diffusione di un modello simile a livello europeo è ostacolata dalle diverse posizioni culturali e morali dei Paesi membri, che spesso preferiscono approcci ideologici anziché pratici.
Il ruolo della cultura e della morale nelle scelte legislative
Molti Paesi giustificano il rifiuto di una regolamentazione con motivazioni culturali e religiose. Ad esempio, nazioni con una forte tradizione cattolica, come l'Italia e la Polonia, considerano la prostituzione un fenomeno da scoraggiare per motivi etici. Questo atteggiamento si traduce spesso in politiche che non affrontano direttamente la realtà della prostituzione, perpetuando lo sfruttamento senza offrire alternative concrete.
Allo stesso tempo, nei Paesi nordici, la scelta di criminalizzare i clienti si basa su una visione moralistica della prostituzione come intrinsecamente sbagliata. Questo approccio, però, non tiene conto delle diverse motivazioni e condizioni delle persone che si prostituiscono, né del diritto all'autodeterminazione.
Un lavoro autodeterminato e da riconoscere come professione
La realtà è che molte escort scelgono consapevolmente di esercitare questa professione per motivazioni personali ed economiche, senza subire costrizioni. Si tratta di persone che vorrebbero pagare regolarmente le tasse e beneficiare di tutele lavorative e sociali, ma che sono ostacolate dall’attuale zona grigia legislativa.
Rendere la prostituzione non solo tollerata, ma completamente legale e regolamentata è fondamentale per riconoscerla come una professione a tutti gli effetti, dotata di diritti e dignità pari a qualsiasi altra attività lavorativa. Un sistema legale chiaro e trasparente permetterebbe non solo di migliorare le condizioni di chi si prostituisce, ma anche di ridurre lo sfruttamento e di contribuire all’economia attraverso la fiscalità. Questo passaggio rappresenterebbe un cambio di paradigma, promuovendo un approccio più equo e realistico alla regolamentazione di questa attività.
Il nostro consiglio, per farsi una idea corretta, reale, attuale, e puntuale dell'argomento, è quello di leggere il libro "Prostitute in Rivolta" con tutto il nostro rispetto verso chi la pensa diversamente.
- Visite: 556